2020


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DESCRIZIONE DELL’ OPERA

Autore: Antonio Leone nato a Siracusa il 12 agosto 1947; la sua formazione scolastica esula dalla sua spiccata attitudine artistica, pertanto la sua produzione scultorea scaturisce da esperienze autodidattiche che, unitamente alla sua perseveranza e il suo amore per l’arte, gli hanno permesso di consolidare competenze sempre più ricercate e cariche di pathos che lo avvicinano all’analisi ellenistica, consentendogli di svincolarsi dalla mera rappresentazione del bello ideale. Materiale: pietra calcarea proveniente dalla cava di Alonte dei colli Berici in provincia di Vicenza.

Tecnica di esecuzione: la scultura è stata realizzata attraverso diverse fasi; similmente al concetto che Michelangelo aveva della scultura: “Non ha l’ottimo artista alcun concetto ch’un marmo solo in sé non circoscriva col suo cuperchio, e solo a quello arriva la man che ubbidisce all’intelletto”, in un primo momento, Leone concepisce l’idea di figura che si trova già nel blocco di pietra, anche se questa forma è circondata da materia inutile; solo seguendo ciò che la mente gli ha suggerito la sua mano riesce a raggiungere quella figura e a estrapolarla; lo stesso Leone così scrive: “Dal nulla fino alla fine, la storia era già scritta in quel blocco di pietra calcarea dei monti Berici. Il destino è scritto”. Successivamente lo scultore, con l’ausilio di una matita definisce in modo più preciso le linee delle forme estratte per poi scontornarle sgrossandole con il martello pneumatico. In una fase successiva le figure vengono definite nei loro particolari attraverso lo scalpello e la mazzetta e solo a lavoro terminato, la superficie viene lisciata. Nel caso di questo gruppo scultoreo, l’artista ha optato per una soluzione espressiva della superficie, utilizzando anche la tecnica del non finito.

Esecuzione: L’opera è stata realizzata nell’autunno del 2020 Il blocco di pietra di forma irregolare del peso di circa 2,5 tonnellate rappresenta una composizione con andamento circolare di contenuto figurativo reale anamorfico. Il soggetto è una allegoria del dramma dell’uomo contemporaneo in balìa della pandemia dovuta alla malattia infettiva da Covid-19, un coronavirus appena scoperto che ha causato in pochi mesi quasi un milione e mezzo di morti in tutto il mondo. L’intitolazione “2020” che può essere erroneamente scambiata solo come anno di esecuzione, in realtà, oltre che avere la funzione di titolo, ha soprattutto una finalità con un forte valore simbolico; infatti, la data è scolpita in negativo, quasi come se fosse il calco di una impronta, l’impronta nitida che questo anno sventurato lascerà nel tempo e nella storia dell’uomo. In questa orma sono racchiusi i drammi delle persone, la solitudine, la sofferenza, l’amara consapevolezza dell’incapacità di far fronte a questa guerra in cui un unico nemico tiene in pugno l’intera umanità; una umanità presa in ostaggio dalla natura che si ribella attraverso il più piccolo tra i soggetti della biologia; visibile solo al microscopio elettronico, infatti, Le sue dimensioni vanno dai 28 ai 200 nanometri (miliardesimi di metro). I personaggi rappresentati sono quattro e rappresentano un maschio in età avanzata, una donna adulta, un’altra, la cui giovinezza è appena sbocciata e un giovane uomo. Le loro teste convergono verso l’apice del masso, fulcro del dinamismo della composizione. l’uomo anziano è raffigurato con i baffi e una folta barba, ha gli occhi socchiusi e la bocca spalancata; il corpo appena accennato nella parte delle spalle scaturisce all’improvviso dal blocco di pietra come a volere sottolineare l’inaspettata presa di coscienza da parte dell’uomo dell’incognita che gli riserva il futuro immediato. l’intensità della sua sofferenza è percepibile attraverso il suo urlo che si propaga nell’aria; un grido che scaturisce dalla amara consapevolezza della sua impotenza. Si intuisce l’enorme peso psicologico del personaggio che, pur essendo conscio della realtà, non la vuole guardare in faccia perché troppo cruda. La percezione del peso viene amplificata dalla testa della donna che è posta alla sinistra dell’anziano; il capo, infatti, reclinato e abbandonato su quello dell’uomo, lo comprime verso il basso; inoltre, il braccio sinistro della donna che emerge in modo plastico dal masso di pietra, si appoggia alla spalla destra del personaggio maschile, sbilanciandone l’asse e conferendogli una sensazione di precarietà. Oltre al braccio della donna, risaltano in modo preponderante anche il volto e la capigliatura mentre il resto del corpo, come nel primo individuo, risulta appena accennato. La chioma, molto folta, quasi come se fosse una aureola, è sparsa a raggera verso l’esterno, incornicia il volto della donna per poi adagiarsi mollemente sulla spalla sinistra circondandola come se fosse un mantello che ingloba il soggetto in un intimo abbraccio. La capigliatura, ricorda molto quella vibrante della Maddalena di Donatello, ma mentre la chioma del soggetto evangelico costituisce un’eco al dolore del pentimento che si legge sul suo volto, i capelli del personaggio femminile realizzato da Leone, contribuiscono a sedare l’annichilito dolore che emerge dalla bocca spalancata e dagli occhi semichiusi, occhi che appaiono appannati, quasi vitrei e che alludono all’imminente distacco, un epilogo doloroso che per molti uomini ha segnato la fine del loro percorso terreno. I capelli lambiscono dalla parte opposta la capigliatura dell’altra donna, poco più che adolescente, il cui capo, reclinato, è posto in modo convergente verso il centro e in direzione della testa dell’anziano disperato. I lineamenti del volto sono regolari e morbidi, la bocca carnosa è socchiusa e gli occhi semi aperti pare guardino verso il cielo. I capelli lunghi ricadono pigramente verso il basso accarezzandole il collo, altro elemento visibile, oltre alla testa, di questo giovane personaggio. Il resto del corpo è immateriale, ancora inglobato nel masso di pietra. La giovane donna appare svuotata, sprovvista di vitalità, provata dalla sofferenza, quasi priva di lucidità mentale e rassegnata al suo destino anche se con gli occhi pare cerchi una piccola fonte di energia per ricaricarsi, una flebile luce di speranza e di salvezza. La donna sovrasta il quarto personaggio, un giovane uomo il cui corpo è posto in modo orizzontale rispetto all’andamento del masso. Il ragazzo è disteso, il suo capo reclinato si abbandona languidamente sulle mani, poste in grembo all’anziano; la mano sinistra è posta perpendicolarmente alla destra e segue il profilo del viso, tranne il pollice che è sotto il mento mentre l’altra sorregge totalmente il capo. I lineamenti del volto sono statici e malinconici. Da questi elementi emerge una sensazione di rassegnazione alla propria condizione ma contemporaneamente, soprattutto per l’andamento degli arti superiori posti in schema di abbraccio intorno alla testa, pare che il ragazzo ricerchi la protezione e la rassicurazione di chi per antonomasia dovrebbe infondere conforto e certezze. Il gruppo dei personaggi è sorretto e racchiuso da due mani che fuoriescono gigantesche dalla base del masso. Mani che metaforicamente caratterizzano l’unica ancora di salvezza dell’uomo. Rappresentano in forma simbolica tutti coloro che con modalità diverse operano nel campo della sicurezza e della sanità per cercare di arginare le cause e le conseguenze di questa pandemia. Le persone coinvolte in questi apparati sono tante e occupano ruoli diversi: la protezione civile, i volontari del pronto intervento, gli operatori sanitari, infermieri e medici che in questo momento di emergenza rappresentano il punto di rifornimento di energia e di speranza per l’intera umanità. La composizione non ha un punto di vista preferenziale di lettura, ogni soggetto rappresentato ha la stessa valenza di reciproca interazione con gli altri; Infatti, la forte carica emotiva delle figure, l’aggrovigliarsi dei corpi e la teatrale espressività dei volti, producono un intenso dinamismo che esplode in ogni direzione, quasi come se fosse rappresentata una battaglia. Le posture hanno un dinamismo che tende verso l’esterno e verso il basso; la dinamicità sottolinea la schiacciante sconfitta dell’uomo e implicitamente il trionfo del suo piccolo ma letale nemico. La raffigurazione ricorda le gigantomachie greche non solo per il tipo di composizione ma anche per l’insito forte valore simbolico e allegorico: nella mitologia i giganti, nutrivano l’illusoria aspirazione di arrivare all’Olimpo per devastarne la sua atmosfera bucolica; nel tentativo di raggiungere il loro scopo ammassarono tre monti uno sopra l’altro ma questi franarono e i giganti caddero sotto le macerie della montagna da loro stessi costruita. Similmente gli uomini, moderni Titani, hanno sfidato la natura alterandone l’equilibrio attraverso la cementificazione, l’inquinamento, lo sfruttamento del territorio, delle risorse e degli altri esseri viventi. Analogamente ai giganti, gli uomini stanno crollando sotto le macerie dei loro scempi e si vedono costretti a modificare le modalità della vita quotidiana per potersi difendere così come era accaduto ai titani nel racconto mitologico, obbligati a rifugiarsi sotto l’Etna per poter sopravvivere. L’aspetto dinamico della composizione è amplificato da una equilibrata alternanza di pieni e vuoti la cui plasticità viene evidenziata dai chiaroscuri creati dalla luce. Quest’ultima ricopre anche il ruolo fondamentale per esaltare la tecnica del non finito applicata alle superfici; come nelle opere tardo rinascimentali di Michelangelo, anche in questo gruppo scultoreo l’alternarsi di superfici lisce a quelle graffianti della pietra grezza enfatizza una dimensione tormentata e ricca di tensioni, l’eterna lotta tra il bene e il male che nel corso della storia ha sempre accompagnato l’uomo in cicliche ed eterne gigantomachie e tauromachie.

 

Viviana Tignonsini